La posta del Presidente

Questione di etichetta.


Un tempo, nemmeno troppo lontano, era in voga la moda di collezionare sulla propria valigia l’etichetta dei posti visitati così da mostrare (o dimostrare) il proprio andare; la propria fuga dal quotidiano.

In realtà i paesi che sono raffigurati negli odierni magneti da frigo (che hanno sostituito le etichette da valigia) presuppone la conoscenza dei luoghi e, quindi, delle culture, degli usi e dei costumi. Ciò non avviene “solo” con la fuga, il movimento, l’attraversamento del paese (la dinamica) ma con il rimanere, l’abitare (la statica) quei luoghi. So-stare in rioni periferici, evadere i circuiti turistici, frequentare caffetterie, birrerie locali, saune e bagni periferici, contrattare nei mercati all’aperto o nei suq; immergersi tra “monumenti e chiese, parlando inglese…per dirla con Battisti” oppure prenotare un posto nei teatri o filarmoniche di second’ordine dove scappa il dialetto, il modo di dire, la nota stonata e il pubblico partecipa al melodramma. Insomma, se e solo se, i vestiti s’impregnano di odori, il palato di sapori e la mente di saperi possiamo avvicinarsi a comprendere un pò di genius loci dei luoghi.Certo; dovremmo prima documentarci e, una volta sul posto, essere meno intenti a immortalare con il cellulare e più a conoscere, incontrare, relazionare, capire. Senza mai giudicare.

La nostra mente è strutturata ergonomicamente in modo da immagazzinare un’infinità d’informazioni che provengono da un luogo che, volenti o nolenti, verrà da noi etichettato secondo i nostri parametri di valutazione. Attenzione; la share economyci chiederà di dare una valutazione (etichetta) ad ogni uscita da un locale o negozio in modo da “facilitare” la vita ad altri viaggiatori / acquirenti. Mamma, che stress!!!!

Ciò vale per i luoghi e per le cose. E le persone? Verremo anche noi valutati, etichettati? Certo! Che ansia! Tranquilli…succede da sempre.

Quando incontriamo uno sconosciuto, nei tre secondi che gli stringiamo la mano, abbiamo la necessità di rispondere alle diverse domande che la nostra mente produce in automatico: chi è, cosa fa, perchè, da dove viene, quanto è conosciuto/riconosciuto, dove va, come può essere utile a me. Trattasi di un torrenziale flusso d’informazioni in entrata che vanno tutte catalogate nei diversi cassetti dei due emisferi del nostro cervello. Le info con maggior dettagli linguistici (word) vanno soprattutto nell’armadio di sinistra mentre quelle con maggiori info matematiche (excel) vanno nell’emisfero di destra. Insomma, dopo il “chi sei” arriva il “cosa fai” che, purtroppo, è ancora legato al lavoro, alla professione, al reddito conseguente che una certa professione può produrre. Ed ecco l’etichetta con tanto di colla che ti viene (inconsciamente) affibiata o che noi contraccambiamo. Ciò poteva andare abbastanza bene nell’era dei contratti indeterminati che regolavano un lavoro dall’assunzione alla pensione ma non certo nel tempo odierno ove un giovane ha più lavori e tutti a termine e che costringeranno le nostre povere “beautiful mind”a rivedere la catalogazione e relativa etichettatura.

Nell’incontro con lo sconosciuto siamo talmente preoccupati del giudizio altrui che andiamo in “ansia da prestazione”! Nel definirci al meglio “chi siamo e cosa facciamo” riusciamo a dimenticare il nome dell’altro. – “come aveva detto che si chiama?” Ciò spiega come mai dopo un viaggio di dieci giorni solo metà corriera conosce il nome della guida turistica.

Sono allergico alle etichette dove “uno è ciò che fa”. Preferirei sostituirlo con un bel “uno è ciò che incontra” o, meglio ancora, “uno è ciò che vive”. Non serve attraversare metà mondo per dimostrare di…ma è importante “darsi tempo” e non lasciarsi scappare (o scappare dalla) la meditazione tibetana, la discussione sotto un baobab di un consiglio di anziani in Africa, l’accurata pulizia prima di entrare in una Moschea o l’estenuante saluto di tutti nei villaggi più remoti dell’Amazzonia. Sono tutt’altro che “perdite di tempo”. Sono occasioni che non chiedono di essere etichettate, valutate, condivise. Ma vissute. Perle rare. E’ il viaggio.

Fabio Pipinato

 

Fabio Pipinato

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