Cile:Tour del Nord, Deserto di Atacama, Lagune, Geoglifi, Azapa Valley-Isola di Pascua Febbraio 2018

23/10/2018

Descrizione

“ Eccole. Sono le rose del deserto, le Rose di Atacama. Le piante sono sempre lì, sotto la terra salata. Le hanno viste gli antichi indios atacama, e poi gli inca, i conquistatori spagnoli, i soldati della guerra del Pacifico, gli operai del salnitro. Sono sempre lì e fioriscono una volta all’anno”.                    “Le Rose di Atacama” di Luis Sepulveda

Siamo un gruppetto di 16 anime eterogenee ma disponibili al viaggio, bene, è un ottimo inizio!
Il nostro viaggio inizia martedì 13 febbraio con partenza da Trento alla volta dell’aeroporto della Malpensa, e da qui poi verso Madrid, per proseguire con un volo notturno verso Santiago del Cile; il viaggio si svolge monotono, e quando albeggia intravediamo la cordigliera delle Ande, montagne spoglie, brulle, dalle varie sfumature del bruciato con qua e là qualche chiazza di neve.
Alle 9.10 ora locale arriviamo a Santiago del Cile in una giornata limpida, soleggiata, di piena estate, qualche ora per riposare ed acclimatarci e poi con Viktor iniziamo il giro in pullman che ci permette di aver un rapido assaggio: Santiago appare pulita ordinata, efficiente. Passiamo avanti all’università cattolica, attraversiamo il fiume Mapocho e scendiamo alla chiesa di San Francesco per la visita alla città. Una tappa ad una stazione della metropolitana per ammirare i murales, e poi eccoci a piazza de la Costitucion con il palazzo della Moneda,teatro dei tragici momenti del golpe del 1973. E poi avanti in un gradevole tour, passando per la sede del El Mercurio, e l’immancabile Plaza de Armas, dove la città ha avuto origine, con la cattedrale di San Giacomo. Intravediamo il Mercado Central, una costruzione in ferro battuto, monumento nazionale, mentre la nostra guida spiega: “I cileni non sono grandi consumatori di pesce ma di pollo!!” Nel quartiere bohemiere di Bellavista vediamo la casa di Neruda chiamata “La chascona” che in quechua significa “la spettinata”, in omaggio alla ricciuta ultima moglie di Neruda, Matilde Urrutia.
Una passeggiata sulla collina del Cerro San Cristobal, una zona di svago con piscine all’aperto, giochi per bambini, un piccolo zoo ed una bella vista sulla città che conclude la giornata. Il giorno dopo ci imbarchiamo alla volta di Calama, li ad attenderci vi sono la guida Cyna ed Ivan un autista-guida-tuttofare. In pullman ci dirigiamo verso San Pedro de Atacama, un villaggio di circa 5000 abitanti al centro della conca del Salar, che, dopo chilometri di rocce, polvere e lunghi rettilinei, ci appare all’improvviso con le sue casette bianche, le strade non asfaltate e, sullo sfondo, il vulcano Licancabur con i suoi quasi 6000 metri dalla forma di un cono perfetto con la cima innevata. E’ un monte sacro per l’antico popolo andino che lo chiama Tata Mallku Likanko “padre saggio delle altitudini”. Scendiamo all’albergo e dopo una breve sosta ripartiamo alla volta della valle di Marte e della valle della Luna, luoghi magici dove dominano sabbia e rocce spazzate dal vento; la vista è emozionante e si perde senza incontrare confini se non la Cordigliera, che si sviluppa a perdita d’occhio. Alla luce del tramonto l’area si presenta al massimo splendore, il caldo colore delle rocce con il riluccicare del salgemma, contrasta con il grigio scuro del cielo! Il giorno dopo al mattino lasciamo San Pedro e ci dirigiamo in direzione sud sulla Ruta Nacional 23, sotto un cielo color cobalto, con i vulcani della cordigliera (oltre 1800) a segnare l’orizzonte. Le distese di aspra terra salata che ci circondano sono ricoperte da na peluria erbosa. Ad un tratto una macchia verde di alberi di tamarugo con accanto
alcuni asini selvatici conferma la presenza di acqua. Passiamo davanti al punto d’accesso alla salita all’osservatorio ALMA, il più grande osservatorio astronomico terrestre: la vicinanza dell’equatore e l’altitudine sono essenziali per l’osservazione. Giungiamo a metà mattina alla Laguna Chaxa, siamo a 2300 metri di altitudine nel mezzo di 320.000 ettari del Salar. Lo spettacolo offerto dalla natura è di una bellezza mozzafiato: specchi d’acqua turchese ospitano eleganti fenicotteri rosati, l’orizzonte è una linea rosa tracciata tra il bianco-ocra del deserto e il cielo slavato da tanta luce. Riprendiamo il pullman inerpicandoci verso le montagne battute dai forti venti. Il deserto sfuma pian piano per lasciare il posto ad un’asprezza  che sembra dominare l’uomo e il paesaggio. La Cordigliera si estende tutta intorno con le lagune in cui si specchiano vulcani e montagne innevate, in una luce che ne esalta le ombre e i colori. Siamo arrivati alle lagune Altiplaniche, Miniques e Miscanti, due piccoli laghi d’altura nella Reserva Nacional de los Flamencos a 4.200 metri. Parecchi di noi accusano un senso di “galleggiamento” quasi come  aver bevuto una birra! A vegliare sulle lagune il vulcano Miscanti, di quasi 6000 metri di altezza. Dopo il pranzo attraversiamo il Tropico del Capricorno mentre la strada prosegue sempre in uno stralunato paesaggio piatto da pianeta alieno. Torniamo nel tardo pomeriggio a San Pedro de Atacama, e c’è il tempo per girovagare.  Balza all’occhio l’atmosfera piacevolmente rilassata del villaggio frequentato da turisti ed hippy, con un odore dominante di erba. Con gli occhi rivolti al soffitto, entriamo nella chiesa principale, l’Iglesia di San Pedro, e colpisce la copertura in legno di cactus con le travi legate con strisce di cuoio. All’esterno la chiesa, come le altre case, ha il tipico rivestimento di fango. Il mattino dopo siamo in partenza alle 5.00! E’ ancora buio. Al di là del finestrino del pullman il nulla. Siamo diretti a El Tatio, al confine con la Bolivia, per vedere uno dei geyser più alti del mondo. Dopo un’ora e mezza di viaggio, quando il primo chiarore spolvera di luce velata il paesaggio, rimane solo il cielo grigio sopra un panorama da inferno dantesco: qua e là si levano numerose colonne di fumo bianco. Siamo ad un’altitudine di 4320 m. ai piedi del vulcano Tatio che significa ‘uomo che piange’, in un ampio bacino geotermico disseminato di numerosissimi geysers, i cui pennacchi di vapore denso si levano nell’aria gelida, mentre l’acqua bollente gorgoglia nelle bocche delle fumarole incrostate di sali e minerali che sprizzano barbagli di luce iridata.  A cielo completamente schiarito, e di un azzurro intenso, tutto intorno appare una corona di cime innevate che scintillano nel sole. Ripartiamo e facciamo una sosta al pittoresco villaggio Machuca,
a 4.000 metri di altitudine, saliamo  la grande scalinata per visitare la chiesetta che domina il Villaggio. Continuiamo sulla strada del rientro, che avevamo percorso al buio, e la scopriamo piena di bellezze. Una  vigogna dalla preziosissima lana ci attraversa la strada; passiamo accanto a un canyon dove crescono numerosissimi cactus e la tappa è d’obbligo. Verso le 13,00 siamo a San Pedro, riposiamo qualche ora per evitare la grande calura pomeridiana e poi, alle 16,00 usciamo per l’escursione al villaggio Tulor, poco distante. Il sole picchia e fa ancora molto caldo.
Entriamo nel sito dove vi sono delle esaustive ricostruzioni delle abitazioni della popolazione che ha vissuto in questo luogo nel periodo che va dall’800 al 1200 d.C. Alle 17,30 riprendiamo il pullman per rientrare a San Pedro e fare l’escursione alla fortezza Incas di Pukàra di Quitor, un villaggio pre-inca del XII secolo adagiato lungo un pendio roccioso. Al rientro, per completare la giornata, ci aspetta una visita al mercato artigianale di San Pedro dove compriamo le maschere in rame, le croci andine o chakana, qualcuno acquista anche la bandiera wiphala di forma quadrata, rappresentativa dei popoli nativi che vivono nei territori andini  e che facevano parte dell’antico Impero Inca.
Al mattino del giorno dopo lasciamo San Pedro in direzione Nord-Est per visitare i petroglifi di Yerbas Buenas, il più grande centro di arte rupestre nella zona archeologica di San Pedro de Atacama. Lungo il percorso facciamo un paio di soste per fotografare dei guanachi, piccoli cammelli selvatici progenitori dei lama. Giunti al sito di Yerbas Buenas ci incamminiamo in un percorso tra le rocce con delle incisioni, i petroglifi per l’appunto, che raffigurano animali diversi come lama, guanachi, fenicotteri… e una scimmia! Viene spontaneo chiedersi perché hanno disegnato una scimmia, dal momento che non è un animale del luogo. La fantasia cerca risposte. Forse è stata disegnata dai viaggiatori delle aree della giungla ?
A metà giornata riprendiamo il pullman diretti verso la Valle de Arcoiris, o valle dell’arcobaleno, una vale incantata con colori inimmaginabili. I toni verdi, gialli, blu, viola e rossastri della pietra del deserto contrastano con il blu del cielo soleggiato.
Spettacolare! “La formazione del colore è legata alle alte temperature e alle pressioni subite dalla roccia al momento dell’espulsione della lava vulcanica -spiega la nostra guida-. Queste condizioni fanno sì che ci sia la presenza di un minerale piuttosto che un altro.” Vediamo sfumature di verde, dovute alla presenza dell’ossido di rame, giallo, bianco dato dal carbonato di calcio, le parti che brillano dovute alla presenza di gesso senza acqua, e poi lilla, rosso, nero. Riprendiamo il nostro viaggi in direzione di Calama, dove giungiamo per cena.
Il giorno seguente è il 19 febbraio, la mattinata è libera, perché aspettiamo la visita alla miniera fissata per le 13.30 così ne approfittiamo per gironzolare un po’ per la città. La grande chiesa di inizio 900 si affaccia sulla piazza con la sua bellissima cuspide in rame del campanile, fuori a lato un moderno monumento ricorda i numerosi morti della città durante il regime di Pinochet ed un iscrizione ci induce a meditare “La vita non è un gioco e deve essere assunta con serietà…Si muore sapendo che niente è più bello e veritiero della vita.”
Alle 12,30 con il pullman ci dirigiamo per la visita alla miniera a cielo aperto più grande del mondo, quella di Chuquicamata, dove si estrae il rame. La miniera è gestita dalla CODELFO, un’azienda dello Stato, che ha tutti i diritti all’estrazione. Alla biglietteria ci danno in dotazione giubbotto ed elmetto. Ci sono moltissime persone, attendiamo a lungo, e finalmente ci fanno salire sul loro pullman con la guida parlante inglese e spagnolo e partiamo, con quasi due ore di ritardo. La strada si inerpica sulla montagna. Immense montagne artificiali accompagnano le ultime centinaia di metri prima di entrare nella città abbandonata di “Chuqui”, dove una volta abitavano i minatori, ora è un villaggio fantasma: in periferia le baracche disposte perpendicolarmente alla via d’accesso e segnalate dalle lettere dell’alfabeto richiamano l’immagine dei campi di concentramento! E poi le casette dei dirigenti, la scuola, i negozi, la chiesa, il teatro… C’era tutto. Era abitato da 25.000 persone. Dal 2006 è stato abbandonato e i lavoratori trasferiti. Risaliamo sul pullman per un giro nella zona lavorativa; gigantesche gru, camion enormi con le ruote dal diametro di 4 metri, un treno carico di lamine di rame…è un via vai di mezzi. Oggi in miniera lavorano 9.000  persone su tre turni di 8 ore. Ci fermiamo in un punto panoramico sulla dantesca miniera a cielo aperto. La vista è davvero imponente, le dimensioni irreali: la miniera è profonda quasi un chilometro, larga 3 e lunga oltre 5 km. Le fotografie non rendono la grandiosità dell’impressionante scavo. Camion giapponesi e tedeschi, che tanto ci colpiscono, portano sul loro cassone lungo 8 metri 250 tonnellate di materiale a viaggio. Consumano 3 litri di gasolio al minuto ed hanno un serbatoio di 5.000 litri; raggiungono la velocità di 12 km/ora impiegando un’ora per salire dalla voragine. Alle 16,30 lasciamo la miniera, ci mettiamo in viaggio alla volta di Iquique, ci fermiamo in “un boschetto nel deserto” per uno spuntino a base di insalata di quinoa con sottoaceti, un gustoso panino con tonno e maionese, e mele cotte con cannella. Il tutto bagnato con un bicchiere di sauvignon!. Risaliamo in pullman, e riprendiamo il viaggio. Di tanto in tanto incontriamo vecchi edifici, dove ad inizio secolo lavoravano i minatori del salnitro, ingrediente principale dei concimi. L’attività fu abbandonata già nel 1930. La strada asfaltata corre dritta ed arriviamo ad Iquique al tramonto, il ritardo nella visita alla miniera di Chuiquicamata non ci ha permesso di completare il nostro programma: vedere i geoglifi di Pintados e Humberstone, città salnitrera, ma ci rifaremo domani! Il nostro Hotel è separato dall’oceano, che rumoreggia nella notte, solo dalla strada di acceso. Alcuni di noi escono dopo cena a salutare il mare. Al mattino del giorno dopo siamo in pullman di buonora  e dopo circa un ora arriviamo al Salar de Pintao; è orario di apertura ma non c’è anima viva! Ci incamminiamo a piedi sulla strada verso il colle di Pintados, spazzato dal vento. Dopo un po’ ci raggiunge il nostro pullman: finalmente hanno aperto la biglietteria e la barra di accesso al sito… Ammiriamo i geoglifi disegnati sull’intero fianco della montagna; si possono distinguere figure umane, animali, uccelli, disegni geometrici. Questo sito archeologico straordinario riunisce oltre 400 figure di epoca compresa fra il VII e il XII secolo. La terra arida, le colline terrose, senza erba, senza verde rendono ancor più visibili le immagini. Intorno il nulla, solo terra, pietra e polvere. A rendere il luogo ancora più surreale contribuisce la piana tormentata del Salar de Pintados, che dilaga oltre il sentiero fino alla linea nera della piantagione di tamarugo, l’albero endemico proprio della pampa del Tamarugal. La guida spiega “Le figure rupestri sulle sue pendici costituiscono il più grande sito nel nord del Cile e il secondo più importante in America Latina. Il 95% dei geoglifi sono stati realizzati utilizzando una tecnica “estrattiva” che consiste nel raschiare la superficie indisturbata del terreno. Questa differenza di tonalità tra la figura e lo sfondo, ha permesso una visualizzazione, fissazione e permanenza delle figure”. A metà mattina lasciamo il sito diretti alla “salitrera di Humberstone” dove arriviamo dopo un’ora circa. Ad attenderci Marco, la nuova guida, “La Salitrera fondata nell’800 fu abbandonata negli anni ’60 trasformandosi a tutti gli effetti in una città fantasma e oggi in una imperdibile meta turistica.” La città fantasma di Humberstone si presenta con le sue case in rovina, con gli appartamenti, gli uffici con i dispacci alle pareti, la sala da ballo, il bar con la cantina e la cucina mensa, un teatro, la scuola ancora con i banchi, l’officina con le macchine,  l’ospedale e addirittura una piscina in ferro, esclusiva per i manager “Qui abitavano circa 5.000 persone: manager ed impiegati, ed oltre  20.000 operai nei dintorni.” – narra Marco. Alle 13,00 saliamo sul pullman, una breve deviazione su una traccia di pista ci porta davanti al cono perfetto del Cerro Unitas, che si leva come un’isola a dominare lo spettrale paesaggio circostante. Sulle sue pendici sono tracciati numerosi, enigmatici petroglifi, tra cui spicca il Gigante di Atacama, una figura dalle sembianze vagamente umane. “E’ uno dei geoglifi più intriganti e controversi del deserto di Atacama. – racconta Marco. Il Gigante di Atacama è attualmente la più grande rappresentazione precolombiana finora conosciuta.”
Il percorso per arrivare ad Arica, città all’estremo nord del Cile, è ancora molto lungo: circa 320 km. Risaliamo sul pullman percorrendo la Panamericana che taglia, come una lunga ferita, il fianco della montagna e corre lungo l’orlo di profonde spaccature, sul cui fondo scorre sempre un corso d’acqua in mezzo a verdi campi coltivati. Man mano che si sale si aprono panorami vastissimi, con sipari di monti che si perdono all’orizzonte. Sul fianco nudo della montagna che sovrasta la quebrada di Tiliviche, un’intera carovana di petroglifi segnala un antico punto cerimoniale.
Lasciamo la valle per attraversare la pampa de Chaca, siamo a circa 1.600 km a nord di Santiago, in un’area con poca per non dire nessuna vegetazione. Alle 19,20 entriamo in Arica, una graziosa cittadina balneare meta di turisti cileni e stranieri: una sorta di Rimini cilena, con belle spiagge e alberghi di lusso con circa 200.000 abitanti a pochi chilometri dal confine con il Perù. Il giorno dopo iniziamo la visita di Arica dal porticciolo dei pescatori, tra pellicani e leoni marini, e poi con il pullman saliamo al colle del Morro che domina la città con la statua del Cristo, e poi via alla volta della valle di Azapa. All’imbocco della stessa sulle pendici nude del Cerro Sagrado spiccano netti dei grandi geoglifi del V e VI secolo d.C. Marco spiega che “è plausibile che i geoglifi del deserto di Atacama facessero parte di un rituale sacro dalla funzione simbolica per coloro che li hanno creati, altrimenti non si spiegherebbe l’enorme impegno sostenuto dalla comunità; un’altra teoria  vuole che i geoglifi del deserto di Atacama avessero uno scopo pratico oltre che rituale: svolgevano un ruolo cruciale nella rete di trasporto che collegava per la sopravvivenza delle carovane che attraversavano questa zona. Ricordiamo che era, ed è tutt’ora, disabitata per un raggio di chilometri assai vasto. I geoglifi potrebbero aver contenuto informazioni di uso vitale, come la presenza di sorgenti d’acqua, di cibo, di sale. In effetti, molti dei geoglifi rappresentano carovane di lama, e i passaggi delle stesse carovane sono state segnalate dai cronisti spagnoli che per primi hanno percorso la regione.”
Nel pomeriggio visitiamo il Museo Arqueologico de San Miguel de Azapa  dove grazie agli allestimenti scenici è possibile percorrere le tappe delle culture locali; particolare interesse suscitano le mummie Chinchorro, resti mummificati di individui appartenenti alla cultura sudamericana Chinchorro, rinvenute nei territori che oggi appartengono al nord del Cile e al sud del Perù, perfettamente conservate nei millenni grazie all’aridità del clima andino. Marco precisa che “La mummia Chinchorro più antica rinvenuta appartiene ad un bambino e fu estratta nel sito della valle di Camarones, a 96 chilometri a sud di Arica e risale a circa il 5050 a.C.” Attraversiamo, nel ritorno verso Arica la valle di Lluta , dove scorre il fiume omonimo. Arrivati in città effettuiamo la visita alla Catedral de San Marcos, con la singolare struttura in ferro progettata da Eiffel che qualche anno dopo avrebbe curato a Parigi la costruzione della ben più famosa tour che porta il suo nome.
Giovedì 22 febbraio ci imbarchiamo alla volta di Santiago e poi da lì, un nuovo imbarco con meta l’isola di Pascua, la magica Rapa Nui. L’emozione è forte. Riviviamo le scene salienti del famoso omonimo scenografico film del 1994 e temiamo perché non vorremmo che la realtà deludesse le nostre aspettative. Atterriamo all’Aeroporto Internazionale di Mataveri ed a piedi usciamo e raggiungiamo la nostra Guida, Dani, che ci attende con le collane di fiori per il  benvenuto. Con il pullman percorriamo la serena atmosfera delle tranquille strade di Hanga Roa, unico centro abitato dell’isola, fiancheggiate da grandi palme. Un po’ di tempo libero ed alle 19,00 Dani ci accompagna alla cena tipica ed al balletto spettacolo Kari Kari che propone canti e danze locali. Al mattino dopo partiamo alla scoperta dell’isola. Dani spiega “Ci troviamo a Rapa Nui, o isola di Pasqua, un affioramento vulcanico popolato da ondate migratorie provenienti dalla Polinesia intorno all’anno 1.000. Questo lembo di terra è famoso ovunque per i ‘moai’, i grandi totem antropomorfi. Ce ne sono circa 600; eretti tra XI e XVI secolo, ricavati in pietra di tufo e con altezza variabile tra i 2,5 e 10 metri. Si ritiene che avessero complesse funzioni sacrali legate al culto dei morti. I ‘rongorongo’, segni linguistici incisi sul dorso dei monoliti, alludono a messaggi ancestrali che ben si accordano all’aria sacrale che si respira su tutta l’isola, dichiarata patrimonio UNESCO.” Con il pullmino arriviamo alle pendici del vulcano Rano Raraku, in prossimità della cava, che è stata la fonte della pietra utilizzata per le famose sculture monolitiche Moai che si trovano sparse sull’isola. La visione è impressionante: un numero imprecisato di monumentali teste di pietra si stagliano disseminate lungo il  pendio, e suscita nel gruppo   una emozione fortissima “Qui furono scolpiti tutti i moai – spiega Dani –  e poi furono portati agli ahu o piattaforme cerimoniali, distribuiti lungo l’intera costa, fino a una distanza di 18 km, per onorare la memoria degli antenati.  Le statue furono trasportate su piattaforme cerimoniali usando un metodo ancora sconosciuto. La tradizione orale racconta che le persone, per trasportare le statue, si servivano del ‘mana’, una forza soprannaturale, tanto che i moai sembravano camminare. Diverse sono le teorie degli archeologi, ma nessuna è stata completamente validata. L’ abbandono della costruzione dei Moai sembra sia stato dovuto ad una graduale decadenza dei valori e delle credenze che hanno colpito le scarse risorse disponibili e ha provocato successive guerre tribali che alla fine hanno collassato il sistema ed hanno causato la parziale demolizione dei Moai.” Lungo il percorso è possibile godere della vista dell’Ahu Tongariki con le 15 figure stagliate contro l’oceano che poi raggiungiamo con il pullmino, nel sito di Tongariki, sulla riva del mare si trova una piattaforma cerimoniale, la più grande dell’isola, con quindici moai ben conservati, tutti in riga, con le spalle al mare e lo sguardo verso l’interno. Affascina per la sua imponenza, surreale e carica di silenzi! “Sotto la grande piattaforma vi sono  resti umani. Questo ci fa capire che si trattava di un luogo sacro. – spiega Dani e racconta di aver chiesto al nonno del perché i moai guardano verso linterno dell’isola, “Immaginali come una fotografia della persona cara che vuoi ricordare!” è stata la risposta!
Una sosta al ristorante per poi riprendere il giro con la visita a un nuovo sito: Te Pito Kura, dove incontriamo una grande roccia levigata a forma di ovoide di 80 centimetri di diametro. “L’espressione Te Pito Kura significa “ombelico di luce” – spiega la nostra guida – Ci sono due tradizioni orali su questa pietra ‘magica’: una la considera una specie di trofeo dato al clan che vinceva le battaglie e in quanto tale protettrice della tribù che lo possedeva, L’altra le dà un significato rituale legato alla nascita: era  sopra la pietra che la
madre tagliava il cordone ombelicale separandosi dal figlio.” Proseguiamo per Anakena, la spiaggia principale dell’isola di Pasqua, l’immagine tipica di una spiaggia paradisiaca: sabbia bianca, mare cristallino color turchese, onde calme e poco distante palme sotto cui famigliole sostano all’ombra per godere della brezza marina. “Il posto è considerato la culla della storia e della cultura dell’isola di Pasqua. – precisa Dani – Fu qui che, secondo la tradizione orale, i capi di alto rango del potente clan Miru stabilirono la loro residenza, e dove il primo re dell’isola, l’Ariki Hotu Matu’a, sbarcò con la sua gente e stabilì il primo insediamento che diede origine alla cultura Rapa Nui.” L’Ahu Nau Nau, una piattaforma imponente, a circa 150 metri nell’entroterra dalla tranquilla spiaggia, domina questo luogo magico con suoi 7 moai. Ritorniamo al nostro albergo attraversando la verde pianura ondulata che caratterizza l’interno dell’isola e superando una fitta macchia di maestosi eucalipti. Sabato 24 febbraio in gruppo ci rechiamo all’Ufficio Postale, per apporre il timbro che ci autorizza alla permanenza  sull’isola e poi ci troviamo con Dani. Siamo diretto al sito di Orongo nella parte sud occidentale del vulcano Rono Kau. Su uno sperone roccioso a picco sul mare, vi sono dei  massi vulcanici incisi da numerosi petroglifi, che riproducono l’uomo uccello, di cui Dani ci parla ampiamente. Questa era una figura di un’antica tradizione, molto gradita al dio creatore Makemake, ed aveva la funzione di intermediario tra i vivi e gli antenati. La mente ritorna agli spettacolari scenari del film RAPA NUI… Quegli stessi paesaggi ancora più grandiosi, perché ne possiamo apprezzare la profondità, si aprono davanti a nostri occhi, la meraviglia è indescrivibile! Percorriamo la scogliera e sui massi tutt’attorno vi è un numero impressionante di petroglifi che raffigurano animali come uccelli marini, pesci e tartarughe; e altri due motivi molto ripetuti, il primo è un viso con grandi occhi, simile a una maschera che si ritiene rappresenti il dio Make Make. In alcune di queste facce c’è un naso prominente che ricorda i genitali maschili, il secondo è il  komari  o  vulva femminile, il disegno più comune nell’arte rupestre sull’isola. Il sentiero s’inerpica fino all’orlo del cratere del vulcano, profondo circa 400 metri, un cratere quasi circolare, che accoglie una laguna invasa da isolotti mobili di canne ‘totora’, mentre le pareti ripidissime sono ammantate da una vegetazione lussureggiante, mista con alberi da frutto.
In tarda mattinata riprendiamo il pullman e prima di pranzo visitiamo l’unico, piccolo Museo antropologico dell’isola di Pasqua. Interessanti i dettagliati pannelli informativi che mostrano la storia dell’isola di Pasqua dalla sua formazione geologica ed anche le  tavolette che contengono il misterioso sistema di scrittura Rapa Nui, Dopo un’ora riprendiamo il giro con la nostra guida che  ci porta al piccolo cratere vulcanico o ‘cono di cenere’  di Puna Pau, dove venivano intagliati i pukao, gli originali copricapo di tufo rossastro e quindi proseguiamo per il  suggestivo sito di Ahu Akivi. dove sette Moai in fila fissano l’orizzonte. Prima del rientro facciamo tappa al complesso cerimoniale di Tahai che combina reperti archeologici di grande importanza storica con la vista sull’oceano Pacifico. Qui vi sono i resti delle fondamenta di una “casa-battello” e su un altare fra i prati, il moai dell’Ahu Ko Te Riku, con il capo adorno del pukao, e i grandi occhi di corallo bianco, con le pupille di ossidiana nera, che guardano al cielo.
È la nostra ultima sera su questa isola dalla storia misteriosa, la sagoma del moai si staglia su uno sfondo che cambia colore mentre il sole è nascosto all’orizzonte, è un momento mistico indimenticabile.
Domenica 25 febbraio 2018 partiamo alla volta di Santiago e di lì poi in sequenza per Madrid e Milano. Negli occhi di ognuno del gruppo si può leggere la lenta rielaborazione delle emozioni che questo viaggio ricco di paesaggi emozionanti, e di tante scoperte ha portato al bagaglio di ognuno di noi.
Di Antonella Zandonai e Rita Zambanini

 

 

 

 

 

 

 

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