SUDAN – IL REGNO DEI FARAONI NERI 06/03-16/03/2020

24/02/2021

Descrizione

L’ULTIMO VIAGGIO
A cura di Pio Rizzolli

6 marzo 2020 data speciale: compio 70 anni, un traguardo non da poco che merita un regalo speciale: un viaggio. La newsletter autunnale di Acli Viaggi già mi aveva incuriosito, ma mi convince alla meta del Sudan la partecipazione degli amici da una vita di Ada, Bruno e Marta.  Il Sudan nel mio curiosare storico-geografico non ha mai avuto particolari attenzioni se non per la vastità desertica collocata tra la grande storia dell’Egitto e il fascino dell’impero etiope legato a noi dagli strascichi del colonialismo di cui l’Italia ancora non ha cominciato a vergognarsi. Un mondo sospeso tra Ramsete II, Cleopatra e Hailè Selassié, un mondo di sabbia infinita, di lunghe file di dromedari che marciano nel nulla, di guerre intestine che lo hanno ridotto in fondo al mondo. L’immagine ed il titolo: “Il Regno dei faraoni neri” usati per la promozione del viaggio mi solleticano la memoria della copertina di un vecchio testo di storia del ginnasio riportante proprio le tombe dei faraoni neri. Il Sudan mi riporta sui banchi di scuola, al fascino della storia, alla traversata di un deserto sconosciuto con affini e collaudati compagni di viaggio. La pandemia da Corona Virus che si sta propagando da un paio di mesi per il mondo mette in forte allarme l’intero comparto dei viaggi portando alla cronaca di quei giorni le difficoltà dei rientri da alcuni paesi e riesce a tenere in forte apprensione chiunque si avventuri per il mondo ed in particolare allerta i tour operator. I dubbi sulla partenza rimangono fino all’ultimo e solo la consolidata esperienza di Acli viaggi e dei loro partner in Sudan riescono a tener unito il gruppo sulla destinazione e sulle incognite che il Covid19 sta seminando ovunque.

6 marzo – Ore 6 del mattino, con 10 cm di neve fresca, caduta nella notte, parto da Grumes per l’appuntamento col gruppo a piazzale Zuffo di Trento. Una sbandata con la macchina mi induce ad un’andatura prudente e quindi al ritardo di 5 minuti all’appuntamento. Transfer da Trento (h 6,30) – Rovereto (h 7,40) – Malpensa (h 11 – 13,35) –Il Cairo (h 18,15 – 23,40) – Khartoum (h. 2,10 della notte). Incontro con Diba una splendida ragazza che sarà la nostra guida locale. Primo impatto con l’allerta mondiale da Corona Virus: veniamo accolti da un funzionario della sanità locale che ci misura la febbre e chiede notizie in merito alla nostra visita. Ci congeda con un caldo augurio di buon viaggio.  Arriviamo all’Hotel Holiday Villa di Khartoum alle 3,30.  21 ore e mezza di viaggio: dalla neve al deserto accompagnato da un turbine di messaggi d’auguri di buon compleanno.

7 marzo – Ore 9,30 suddivisi di tre in tre su 5 comode Jeep con autisti collaudati e scafati gestiti da un capo carovana di lunga esperienza e conoscenza del territorio iniziamo il viaggio scendendo lungo il Nilo: destinazione Meroe. Il percorso diventa da subito una lunga rassegna del Sudan incatenato in un mondo rurale arretrato, da sempre alimentato dalla fertilità del dio Nilo e alla ricerca di futuro in un caotico serpentone di commerci d’ogni tipo lungo l’unica strada che fiancheggia il grande fiume. Giovani e bambini in ogni dove, case e villaggi di mattoni che profumano di antico testamento (par di scorgere Charlton Heston/Mosè che impasta coi piedi fango, paglia e sterco). Lunghe teorie di camion stracarichi di tutto e lunghe file di macchine in attesa di rifornimento ai radi distributori. Deviamo dopo un paio d’ore dalla strada principale, attraversiamo dei rilievi montagnosi con rocce rotondeggiate da secoli di tempeste di sabbia. Sostiamo per vedere un piccolo zoo con tartarughe e coccodrillo mentre l’affiatata troupe degli autisti ci imbandisce il pranzo a riva sotto una laida veranda di alberi carichi della polvere del deserto. Post prandium sfidiamo su vetuste barche i flutti della 6^ cateratta che il Nilo compie per scendere verso l’Egitto. Al rientro a riva riprendiamo la strada principale, attraversiamo vari centri abitati e lunghi tratti in mezzo al nulla con lunghe file di bambini e famiglie che rientrano dal pascolo a dorso d’asino. Arriviamo accaldati e stanchi nel tardo pomeriggio nella magia del campo tendato di Meroe: una suggestiva, accogliente struttura di proprietà dell’agenzia di Maurizio Levi e di sua moglie, fondatori e motori del turismo sudanese. Rinfrescati da un brindisi di benvenuto e da salubri docciate, attendiamo la cena nella veranda smanettando preoccupati alla ricerca sul cellulare di notizie dall’Italia e dal dilagare del virus. Sostanzialmente rassicurati ceniamo in uno splendido salone stile coloniale, soli con una sola coppia di turisti in sala, con la sorpresa della Marta di una torta per festeggiare i miei 70 anni.
L’aria calda del deserto si attenua preannunciando una notte possibile in tenda.

8 marzo – Entriamo nel vivo della storia dei Faraoni neri visitando, poco distante dal villaggio tendato, la necropoli di Meroe: il primo impatto con un’epoca storica che vede un Egitto in declino già da secoli, sempre più in balia di forze e popoli della periferia dell’antico regno che si alterneranno sul suolo egiziano: Nubiani, Assiri, Greci di Alessandro Magno per finire con i Romani che lo ridurranno a provincia e granaio dell’impero. Il viaggio si svolgerà tra distinti momenti dell’epopea nubiana che attraversa 4 secoli di storia dal 750 al 350 a.c.. Iniziamo con Meroe che diviene capitale del regno Kushita (Kush era la capitale del regno di Nubia –Sudan del Nord-) nel 500 a.c. quando già i Nubiani erano stati ricacciati dall’Egitto riconquistato dagli Assiri di Assurbanipal (663 A.C.). La necropoli è costituita da un gruppo di tombe su una collina, visibili in lontananza anche dal campo tendato che ci alloggia. Con una passeggiata sotto un caldo torrido visitiamo il sito suddiviso in due gruppi di piramidi. Diba, la nostra Nefertiti, ce ne di illustra le meraviglie tentando un quadro storico-artistico, ma l’attenzione è minata dal caldo e dal tarlo dei frammenti di notizie che giungono dall’Italia.
Dopo una mitragliata di foto e infinite bottigliette d’acqua, sempre a disposizione, per attenuare la sete e calura, si risale in macchina con destinazione il villaggio di Tarabil e la sua scuola. La realtà rurale che ci appare nell’immobilità dei secoli, in condizioni per noi impensabili con una promiscuità tra animali, verdure, uomini, donne e bambini spesso sudici fra asini, letame e carne appesa al sole fra edifici di fango e nuvole di moscerini. Il pensiero corre al virus insorto in condizioni analoghe in Cina e in fase di rapida diffusione in Italia.  Visitiamo la scuola del villaggio sita in una serie di edifici attorno ad un gran piazzale polveroso, 40 ragazzi in uno stanzone senza infissi in vetusti (per noi) banchi a tre o più posti, bambini in divisa e con minimali strumenti didattici. La suggestione viene dai loro bellissimi occhi, dal burka di qualche bambina (non tutte) –dovuta citazione per la festa delle donne -, dal clima de “rispet” non dissimile da quello che vivevamo noi nelle nostre scuole di 60 – 70 anni fa.
Rientriamo al campo per il pranzo. La visita del pomeriggio ai resti della città reale lascia l’amaro della delusione, sia per la povertà dei resti visibili, sia per la approssimata descrizione del contesto storico e geografico che non mi lasciano particolari suggestioni. Ritorniamo al campo tendato per trovare il segnale wifi con cui aggiornarci sul precipitare della situazione Covid in Trentino e in Italia verso la chiusura (lockdown) totale.

9 marzo – La bellezza dell’alba sul deserto stende un velo sull’insorgenza d’ansie per il Covid. La giornata è dedicata alla visita dei due siti di Naga e Musawwarat. Il caldo torrido in una valle poco ventilata ci spinge a cercare le rade zone d’ombra preferite alle spiegazioni di Diba, diligente nelle sue narrazioni, ma anche attenta alle nostre condizioni. Naga conserva le costruzioni più emblematiche del periodo meroitico: il tempio di Apedemek in stile meroitico-egiziano, quello di Amon in stile egiziano e il tempio “chiosco” con influssi architettonici greco-romani. Le accurate descrizioni di geroglifici e bassorilievi innescano un turbinio di nomi difficili da fissare nella memoria che tuttavia integro a sera sfogliando il libro guida di Maurizio Levi fornitoci da Acli Viaggi.  A seguire a Musawwarat es Sufra a visitiamo il tempio del leone ricostruito dai tedeschi1960 ridando forma classica meroitica alla “casa del dio”. Accaldati al punto giusto troviamo riparo dal sole sotto un’enorme acacia ombrellifera dove gli autisti imbandiscono le tavole per il pranzo. Siamo serviti e riveriti dalla gentilezza di Diba e dalla costante disponibilità di Patrizia, la più irrequieta della compagnia. Sullo sfondo cammelli al pascolo e 2 famiglie di nomadi con una frotta di bambini piccoli e affamati che hanno apprezzato il nostro surplus di cibarie. Al pomeriggio ritorniamo verso Meroe con pausa caffè a Sendi, antico centro commerciale di elefanti e schiavi. Nel guazzabuglio del mercato facciamo rifornimenti per la lunga traversata del deserto prevista all’indomani. Rientriamo al campo per gli aggiornamenti del precipitare della situazione Covid.  Prima di cena ci concediamo un break dall’ansia e accovacciati sulle dune, poco lontano, suggestionati dal tramonto infuocato del sole dietro le piramidi di Meroe all’orizzonte, intervistiamo Diba sul Sudan e sulle sue attuali condizioni.

10 marzo – Lasciamo definitivamente l’accogliente campo tendato di Meroe per trasferire la carovana di BeduAclisti attraverso il deserto di Bayuda da Meroe a Merowe-Karima. Intera giornata sulle jeep a sfrecciare sulle piste del deserto sollevando a gara nuvole di polvere. Attraversiamo, con qualche difficoltà e a scaglioni, il Nilo su un traghetto di un altro secolo. Breve sosta ad un classico pozzo in mezzo al nulla del deserto con pastori nomadi e i loro animali indifferenti al trascorrere dei millenni. Pranzo a pic nic sotto un’acacia ombrellifera scovata in mezzo alle dune dopo aver violentato di foto indiscrete la capanna di una famiglia con una nonna di 101 anni. Arriviamo nel tardo pomeriggio dopo 380, infiniti km a Merowe, grosso agglomerato cresciuto in sinistra Nilo dopo la costruzione di una diga e collegato, con uno dei pochi ponti che scavalcano il grande fiume, a Karima cittadina sita sotto il Jebel Barkal e sede di un importante sito archeologico.  Dietro un rabberciato, antico portone da caravanserraglio, ai margini di una spianata di deserto che lo distanzia dal Jebel e dal Nilo, ci accoglie il Nubian Rest-house. E’ il residence pieno di fiori e curato dalla moglie di Maurizio Levi, artefici del turismo sudanese all’insegna della sostenibilità. Passiamo la serata sulla terrazza del ristorante, seduti a crocchi, smanettando sui cellulari alla vana ricerca di notizie dall’Italia martellata e chiusa dal corona virus. Si accavallano voci e sensazioni che fan crescere l’apprensione e i timori del precipitare della situazione in vista del nostro rientro.

11 marzo – Il Muezzin con le sue caratteristiche nenie mi da la sveglia alle 5. Faccio un giro per il residence nel fresco del mattino ad ammirare il miracolo di quest’isola verde e fiorita annaffiata da giardinieri ancora assonati. La giornata che ci attende è ben riportata nel programma: giro per le necropoli degli imperatori neri dell’antico regno di Napata (antica capitale) sia al mattino che alla sera. In mattinata facciamo un giro al mercato di Barkal, più strutturato, con un minimo di miglior tutela igienica di quelli visitati nei giorni precedenti. A fine visita ci imbarchiamo per una gita sul lago artificiale di Merowe fino alla 4^ cateratta. Approdiamo per il pranzo sotto un pergolato ad una suggestiva e turistica isola in mezzo al fiume. La nostra vivacità attrae l’attenzione di una troupe televisiva che ci ingaggia per un paio dei nostri canti ed alcune interviste come “rari nantes (unici turisti) in gurgite vasto”. Al pomeriggio con una costante temperatura sopra i 40° visitiamo le piramidi di Nuri, tomba di Taharqa il più grande dei re di Nubia e dei suoi discendenti.  Il frullatore acceso da Diba di nomi di re, figli, mogli, nipoti, secoli, dinastie, tribù e siti produce un quadro informe che solo la lettura a posteriori delle pagine del libro di Maurizio Levi riesce a delineare.  Prima di rientrare, anche se cotti dal gran caldo, ma ben riforniti di bottigliette d’acqua, saliamo il Jebel Barkal, la montagna sacra della Nubia, che consente di godere del panorama sul tempio di Amon, visitato al mattino, su Merowe di là dal Nilo e su Karima che ci ospita: Napata l’antica capitale khusita ai nostri piedi. Scendiamo sotto il sole spensierati slalomando su stretta scia di sabbia. Rientro in residence alle 17: doccia, riposo e cena. Siamo quasi gli unici ospiti del residence. A sera finalmente riprende il segnale WIFI e le notizie dall’Italia ci inondano d’apprensioni. Passo una notte quasi insonne, piena di elaborazioni possibili per delineare, ex post, un significato a questo viaggio.

12 marzo -. Partiamo alle 7 per una giornata di visita ai residui siti sepolcrali dei faraoni neri. Ho l’impressione che un’impronta misteriosa ci sovrasti tra siti che la esorcizzano e ombre del suo cupo aleggiare sopra i nostri giorni. Da subito ci accompagna una fastidiosa bufera di sabbia che per tutto il giorno ci ha precluso la godibilità del paesaggio e dei luoghi visitati. E’ stata, tuttavia, elemento di conoscenza delle condizioni climatiche e di vita difficile di questo territorio. Arriviamo a Old Dongola: un immenso cimitero con alte e lugubri tombe coniche dislocate fra le misere tombe di oggi corredate di un nudo ed informe sasso e coperte con cura di uno strato di sassolini bianchi di fiume. A me appare evidente la contraddizione col nostro mondo. Lì l’incuria del campo dei morti e il vigorio di vita delle genti di questi villaggi pullulanti di frotte di bambini che escono da ogni dove, da case, da campi, nei mercati, per strada su asini e cammelli. Da noi l’esatto contrario fatto di cure infinite a giardini di tombe e monumenti e insieme l’assenza di bambini e profonda crisi demografica. Lì il passato insabbiato dal vento del deserto mentre la vita sprizza negli occhi di nuvole di bambini, da noi il passato coperto di fiori e il deserto che ghermisce il nostro futuro. A Old Dongola visitiamo quel che rimane di un importante insediamento cristiano attivo per mille anni. Ma i ruderi, la bufera di sabbia, le scarse e veloci notizie di quella comunità rendono la visita una sofferenza che finisce rifugiandoci intirizziti in macchina.  Pranziamo in una casa tipica nubiana al riparo dal vento e dalla sabbia. Belle foto con le donne e i bimbi della famiglia che ci ospita.  Al ritorno rischiamo di arenarci nella sabbia accumulata dal vento sulla strada. Prima di Karima visitiamo il sito di El Kurru, sito sepolcrale (e daiie!) utilizzato dai faraoni neri prima che Taharqa iniziasse quello di Nuri.  Entriamo nell’unica sala tombale visitabile per poi fare una puntata alla foresta suggestiva ma anch’essa pietrificata. Rientriamo pieni di sabbia al residence dove ci accolgono con un ottimo thè di karcadè e un turbinio di messaggi su tutti i cellulari: in Italia rassegna funerea: tanti morti, ospedali pieni, tutto chiuso, quarantena per tutti. E noi?

13 marzo – Carichiamo bagagli sempre più stanchi sui nostri fidati cammelli a motore per coprire i 430 km che ci separano da Khartoum. Qualche sosta per scalare splendide dune, folkloristici ricambi idrici, pranzo sotto l’acacia di turno e, qui e la, foto di gruppo.   Arriviamo in tempo per assistere, guarda caso, dentro l’enorme cimitero di Omdurman, quartiere di Khartoum, alla danza dei dervisci discendenti dei guerrieri del mitico sceicco Mahdi.  Nel 1899 l’esercito Inglese con 8.000 soldati e 52 mitragliatrici sconfisse l’esercito sudanese di 50.000 uomini e riconquistò il Sudan. A Omdurman ogni venerdì pomeriggio hanno luogo le danze dei Dervisci, che per la gente del luogo hanno un profondo significato religioso. La cerimonia inizia con una marcia attraverso il cimitero fino alla tomba dello sceicco Hamed el Nil dove la danza si svolge in un roteare collettivo al ritmo crescente dei tamburi fino a transare in movenze e ritmi ossessivi. Spettacolo unico con volti e personaggi che impersonano l’anima profonda di un popolo sopraffatto dal peso e dai dolori senza fine della storia. La giornata e il tour si conclude col rientro all’Hotel Holiday Villa da cui eravamo partiti.
I cimiteri della pandemia italiana circoscrivono i tentativi di portare serenità alla compagnia, mentre si palesa la chiusura delle frontiere fra Sudan ed Egitto e l’impossibilità del previsto volo di rientro via Il Cairo.

14 marzo – La colazione del mattino trova volti incupiti dalle incognite sul volo di rientro. Ma il piglio di Marta, la sua padronanza della situazione e l’attenta e professionale presenza in hotel dell’agenzia locale stemperano i dubbi e consentono di attuare il programma previsto a Khartoum a cominciare con la visita alla tomba del Mahdi, mito dell’effimera unità anti inglese delle tribù nubiane. Gironzoliamo a seguire per un bel mercato per gli ultimi acquisti di spezie e gadget turistici e pranziamo in un suggestivo ristorante del centro città. Al pomeriggio diamo senso compiuto alla narrazione dell’antica storia del Sudan, con un’esaustiva ed finale visita al Museo Archeologico.
Nel frattempo riceviamo la conferma del blocco dei voli via Il Cairo e della repentina soluzione escogitata dall’agenzia di un volo alternativo con la Ethiopian Airways via Addis Abeba – Roma, ma possibile solo il giorno successivo a quello previsto dal programma. Per cui rimaniamo all’Hotel Holiday Villa per un’altra notte.

15 marzo – Per allentare le preoccupazioni l’agenzia ci organizza una gita in barca lungo il Nilo Azzurro che scende dall’altopiano Etiopico (lago Tana)  per sfociare nel Nilo Banco, che proviene dal lago Vittoria in Uganda, per formare un fiume immenso, carico dell’acqua delle foreste equatoriali e dei millenni di storia dell’Egitto. Al pomeriggio, con la tensione del caso, quasi tenendoci per mano, saliamo sui pulmini con destinazione aeroporto. Gruppo ben stretto, facciamo il sospirato check-in, abbracciamo grati per la dedizione Diba e per le premure Carla dell’agenzia locale e saliamo sul volo che si solleva in cielo assieme al nostro profondo sospiro verso Addis-Abeba.

16 marzo- Passiamo la notte in volo per arrivare al primo mattino in un aeroporto spettrale a Fiumicino. Lì ci attende il pullman adeguato ad iniziare i distanziamenti, che ancora oggi subiamo, per risalire l’Italia su un’autostrada deserta. I saluti frettolosi e distanziati all’arrivo a piazzale Zuffo, danno l’avvio alla quarantena che disegnerà impietosa quel che resta del 2020.

Siamo a febbraio 2021. Il mondo sembra non riprendersi più dall’uragano Covid 19 che lo sta devastando. In un anno sembra che tutto sia crollato per colpa di un minuscolissimo, invisibile virus terrorista che se l’è presa col genere umano. Siamo stati costretti ad un radicale reset del quotidiano, rivedendo e precarizzando azioni, progetti e aspettative. Un anno vissuto nell’ansia, frastornati giorno dopo giorno dal numero dei contagi, spaventati da paginoni di annunci funebri, dai camion di bare che si perdono nella notte dell’angoscia.  Il mondo si preclude, la porta di casa diventa un confine invalicabile, la museruola che nasconde i volti e distanzia gli aliti è l’unico passaporto che consente di circolare. Tutto si trasferisce on line, ci si fa coraggio con canti e ironie lanciati dai poggioli nell’etere ad indirizzi infiniti, nell’illusione che lo scherzo del virus duri poco. Il vaccino della speranza sta per bussare alla porta e sarà un altro viaggio.

E tornare a viaggiare
E di notte con i fari illuminare
Chiaramente la strada per saper dove andare
Con coraggio gentilmente, gentilmente
Dolcemente viaggiare

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