Da tour leader ho avuto la fortuna di guidare un gruppo speciale attraverso la Via della Seta, e ti giuro: l’Uzbekistan non si racconta, si vive.
Siamo partiti da Tashkent, una capitale che ti sorprende subito. Moderna da un lato, profondamente asiatica dall’altro. Tra i mosaici blu della metro, i mercati profumati di spezie e il bazar Chorsu, capisci già che qui ogni dettaglio ha un’anima. Tashkent è l’anteprima perfetta: dinamica, ordinata, e con quell’eleganza discreta tipica dell’Uzbekistan.
Da lì siamo scesi a Shahrisabz, la città natale di Tamerlano. Qui il tempo si è fermato. Le rovine dell’Aq Saray Palace, il “Palazzo Bianco”, ti lasciano a bocca aperta. Poche pietre, ma che pietre: enormi, scolpite, con tracce di maioliche azzurre che brillano ancora sotto il sole. È un luogo potente, quasi mistico. Pochi turisti, silenzio, e la sensazione di aver scoperto un segreto.
Poi Samarcanda. Il nome da solo è poesia. Entri in Registan Square e il fiato si ferma: tre madrasa rivestite di ceramiche turchesi, oro e blu cobalto che cambiano colore a ogni ora del giorno. È uno dei posti più belli del pianeta, punto. Ma Samarcanda non è solo monumenti. È il profumo del plov che cuoce nei pentoloni, è la tomba di Tamerlano a Gur-e Amir, è l’Osservatorio di Ulugbek che ti ricorda che qui, secoli fa, si guardava già le stelle.








